The pleasure of taking offense: Dostoevsky on the contemporary sense of victimhood / Il piacere di offendersi: Dostoevskij sul vittimismo contemporaneo

In 1879 in The Brothers Karamazov Dostoevskij described the correlation between intellectual dishonesty, inability to distinguish the truth, lack of self-respect and love, and the pleasure to take offense. From Capitol Hill attackers to extreme anti-vaxers, from active Brexiters to recent anti-Western sentiments (I refer here to elites that never suffered colonization, not to rightful post-colonial movements), these behaviours seem to share on social media a collective psychology insightfully described by the Russian novelist 140 years ago.

“He who lies to himself and listens to his own lie reaches the point of not being able to distinguish the truth neither within himself nor around himself and, therefore, loses respect for himself and for others. Having no respect for anyone, he ceases to love and, unable to love, in order to distract himself and have fun he indulges in vulgar passions and pleasures and in his vices he touches the bottom of bestiality, and all this because of the incessant lie towards others and himself. He who lies to himself is more susceptible than others to offense. Taking offense is sometimes very pleasant, isn’t it? Yet he knows that no one has offended him, but that he himself has invented the offense and lied to show off, he exaggerated himself to create a picturesque representation, he drew inspiration from a word and made a mountain out of a pebble: he knows all this very well, yet he is the first to take offense, to take offense to feel pleasure, to savor a great satisfaction, and so he ends up harboring real resentment… ” (my translation)

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Nel 1879 ne I fratelli Karamazov Dostoevskij descrisse la correlazione tra la disonestà intellettuale, l’incapacità di distinguere la verità, la mancanza di rispetto e di amore di sé e il piacere di offendersi. Dagli aggressori di Capitol Hill agli estremismi no-vax, dai Brexiter più attivi ai recenti sentimenti anti-occidentali (mi riferisco qui a élite che non hanno mai subito la colonizzazione, non ai legittimi movimenti post-coloniali), questi comportamenti sembrano condividere sui social media una psicologia collettiva perspicacemente descritta dal romanziere russo 140 anni fa .

“Colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri. Costui, non avendo rispetto per nessuno, cessa di amare e, incapace di amare, per distrarsi e divertirsi si abbandona alle passioni e ai piaceri volgari e nei suoi vizi tocca il fondo della bestialità, e tutto questo a causa dell’incessante menzogna nei confronti degli altri e di se stesso. Colui che mente a se stesso è più suscettibile degli altri all’offesa. Offendersi a volte è molto piacevole, non è vero? Eppure egli sa che nessuno gli ha arrecato offesa, ma che egli stesso si è inventato l’offesa e ha mentito per mettersi in mostra, ha esagerato egli stesso per creare un quadretto pittoresco, ha tratto spunto da una parola e ha fatto di un sassolino una montagna: egli sa benissimo tutto questo, tuttavia è il primo ad offendersi, a offendersi per provare piacere, per assaporare una grande soddisfazione, e così finisce per nutrire autentico rancore…”